La Cina e le fabbriche smontabili
20 February 2006
La Cina sta imboccando una nuova via per trasformare la sua industria automobilistica in una potenza mondiale: comperare una delle fabbriche di motori più sofisticate al mondo, smontarla pezzo per pezzo, trasportarla dall’altro capo del mondo e ricomporla sul suolo amico.
Nella più recente esemplificazione pratica delle ambizioni manifatturiere della Cina, l’importante azienda cinese Lifan Group, in accordo col Partito Comunista, sta trattando per acquistare dalla DaimlerChrysler e dalla Bmw una fabbrica di motori per automobili situata in Brasile. Il presidente della Lifan, il signor Yin, ha affermato che a causa della sofisticatezza dell’impianto, per la Lifan è più semplice spostarlo in blocco a 15.000 km di distanza, piuttosto che sviluppare una propria tecnologia nel suo hub industriale situato nell’ovest della Cina.
Se l’acquisto andasse a buon fine (è ancora presto per dirlo), la Cina potrebbe sopravanzare concorrenti come la Corea del Sud nel raggiungere Giappone, Germania e U.S.A. nella vendita di alcune delle automobili presenti sul mercato che consumano meno, quali la Honda Civic e la Toyota Corolla.
Il fallimento cinese dello sviluppo di una propria versione di motori sofisticati e affidabili è stato il maggiore ostacolo tecnico che hanno dovuto fronteggiare i produttori automobolistici cinesi nel tentativo di ammodernamento mirato alla preparazione dell’export negli U.S.A ed in Europa.
Il presidente Yin ha detto di voler riassemblare la fabbrica in un’area sgombra limitrofa al suo impianto di assemblaggio di automobili. Il suo obbiettivo è quello di capire e sviscerare a fondo la tecnologia che verrebbe indirettamente acquisita con l’acquisto della fabbrica, così da fornire in seguito i motori non solo alla Lifan, ma anche ad altri produttori automobilistici cinesi.
All’epoca dell’Impero Romano, il principio di base della strategia diplomatica, politica ed economica di Roma era “se non puoi conquistare i tuoi nemici, fatteli amici”. A distanza di duemila anni le aziende cinesi sembrano voler seguire la medesima tattica, adattandola ad aspirazioni di sviluppo industriale e conquista di nuove ed importanti fette di mercato. Nessuno finora probabilmente aveva avuto l’idea folle ed ardimentosa di trasferire in blocco un intero impianto altamente sofisticato da un continente ad un altro, che ricorda quando da piccoli si gioca con il Lego e con il libretto delle istruzioni si può costruire un qualunque oggetto avendo a disposizione semplicemente tutti i pezzi necessari.
La lucida genialità (o follia) sta anche nel sapere bene quali sono i vantaggi in termini di costo del lavoro se l’impianto utilizza lavoratori brasiliani o cinesi.
Questa notizia da un lato fa tremare i polsi, perchè ci fa capire come la crescita industriale e l’organizzazione cinese sia così potente dal riuscire ad escogitare delle scorciatoie impensabili pur di aggirare qualunque forma di ostacolo. D’altro lato ci fa capire come la Cina abbia un tallone d’Achille che le aziende nostrane e straniere dovrebbero sfruttare, cioè l’innovazione tecnologica, vale a dire quell’insieme di conoscenze d’alto livello, teoriche e pratiche, non facilmente replicabili nè copiabili. Non è pensabile infatti che i cinesi possano sempre comprare a peso d’oro tutto ciò che non conoscono, azzerando in breve tempo il gap tecnologico che li separa dall’Occidente.
Non è neppure pensabile nè auspicabile che l’Occidente stesso si venda così facilmente, spalancando la porta al nemico con tanta facilità.
Bisogna augurarsi che la Chrysler e la Bmw non cedano alla tentazione cinese di vendere questo prezioso impianto, perchè così facendo darebbero un preoccupante segnale per il futuro, facendoci diventare come quegli “amici” di quell’antica massima romana: amici colonizzati e subordinati senza necessità d’invasione militare.