deathpenalty4.jpgIn Algeria e’ al vaglio del ministero della giustizia una proposta di legge per abolire la pena di morte. Lo ha affermato Farouk Ksentini, presidente della Commissione nazionale per la protezione dei diritti umani. Dal ‘93 nessuna condanna e’ stata piu’ eseguita. Nei giorni scorsi e’ stato anche graziato e scarcerato Abdelhak Layada, uno dei piu’ celebri condannati a morte dell’Algeria, tra i fondatori del Gia, il piu’ radicale dei gruppi integralisti armati.

Anni fa l’espressione “integralismo” era ancora un concetto rarefatto, confinato in alcune ristrette zone geografiche che parevano a noi distanti e lontane. Anche culturalmente e storicamente. Una di queste era l’Algeria, dove quotidianamente avvenivano dei veri e propri massacri, delle carneficine spesso inconcepibili ed immotivate, testimoniate da immagini raccapriccianti che lasciavano interdetti noi occidentali. Queste forti emozioni duravano però lo spazio di qualche minuto, giusto il tempo perchè si passasse alla notizia successiva. Non avevamo ancora capito cosa stava nascendo proprio lì vicino a noi: un movimento di fanatici religiosi che uccidevano all’urlo di “Allah è grande”, precursori e pionieri degli attuali terroristi che imperversano ormai a tutte le latitudini.
Ora questa notizia ci dovrebbe far meditare, visto che nella culla della violenza estrema ora è praticata la non-violenza di Stato. Che l’Algeria possa essere un fulgido esempio di come combattere innanzitutto culturalmente queste derive di vuoto e delirante fanatismo? Che sia la dimostrazione del teorema per cui è solo partendo dal basso e dalle singole persone che si riesce quanto meno a moderare gli estremismi di ogni colore e genere? Forse questa volta abbiamo qualcosa da imparare da un Paese arabo.