Intoccabili d’India
18 March 2006
Nuova Delhi – Un gruppo di uomini inferociti hanno costretto una donna a mostrarsi nuda in piazza perche’ si e’ ribellata alla piaga dell’alcol. La polizia dello stato di Maharasthra ha arrestato nove persone coinvolte nell’incidente avvenuto nel villaggio di Talegaon, distretto di Solapur. La donna, una dalit-casta degli intoccabili, ha denunciato un gruppo di uomini che l’aveva aggredita come rappresaglia per aver denunciato un’organizzazione dedita al commercio illegale di liquori.
Cina. India. Due colossi in testa alla classifica delle nazioni con il più elevato tasso di sviluppo e di crescita, con cifre che fanno impallidire quelle dell’Occidente. Cifre di fronte alle quali i nostri industriali rabbrividiscono quotidianamente, venendo obbligati a studiare nuove strategie per fronteggiarne la minaccia. Per non parlare di tutti quei lavoratori che vedono da vicino lo spettro della disoccupazione, perdendo il sonno la notte.
Cina. India. Due esempi perfetti di arretratezza sociale che a noi occidentali pare sempre come un qualcosa di inconcepibile e di profondamente distante dai nostri usi e costumi. Siamo spesso abituati a sentir parlare della Cina e delle sue più svariate incongruenze sociali, questo stesso blog ama affrontare spesso l’argomento. Non soffermiamoci però solo sulla Cina, vi sono altri mondi dove le disparità sociali raggiungono picchi molto accentuati e in netto contrasto con le elevate percentuali di crescita del prodotto interno lordo: l’India appunto. Se in diversi paesi musulmani le donne sono prive di diritti, in India esiste ancora il tremendo concetto di “casta”, ovvero quell’insieme di regole non scritte per cui esistono cittadini di serie A, B, C e così via, fino a raggiungere i livelli più infimi, in perfetta sintonia con l’inferno dantesco. E nel girone più in basso “vivono” i cosiddetti “intoccabili”, persone aventi la stessa dignità e la stessa umanità di un sasso polveroso, prive di ogni forma di diritto, tranne quello di poter respirare, magari senza fare troppo rumore. Persone considerate così inutili da non poter permettersi minimamente d’alzare la testa, pena il rischio di finire derisi se non addirittura lapidati in pubblica piazza. In questo caso la polizia locale ha arrestato nove persone, ma l’hanno fatto per il trattamento che questi ultimi hanno riservato alla donna o semplicemente perchè erano dei contrabbandieri? Ai posteri l’arduo giudizio, si fà per dire.
Per quanto riguarda il nostro giudizio, ogni volta che leggeremo qualche articolo di economia sulla crescita vertiginosa dell’India, ricordiamoci sempre che non riguarda e non riguarderà mai donne intoccabili denudate e umiliate di fronte a tutti, la cui unica colpa è quella di esistere.
L’Algeria sceglie la non-violenza
14 March 2006
In Algeria e’ al vaglio del ministero della giustizia una proposta di legge per abolire la pena di morte. Lo ha affermato Farouk Ksentini, presidente della Commissione nazionale per la protezione dei diritti umani. Dal ‘93 nessuna condanna e’ stata piu’ eseguita. Nei giorni scorsi e’ stato anche graziato e scarcerato Abdelhak Layada, uno dei piu’ celebri condannati a morte dell’Algeria, tra i fondatori del Gia, il piu’ radicale dei gruppi integralisti armati.
Anni fa l’espressione “integralismo” era ancora un concetto rarefatto, confinato in alcune ristrette zone geografiche che parevano a noi distanti e lontane. Anche culturalmente e storicamente. Una di queste era l’Algeria, dove quotidianamente avvenivano dei veri e propri massacri, delle carneficine spesso inconcepibili ed immotivate, testimoniate da immagini raccapriccianti che lasciavano interdetti noi occidentali. Queste forti emozioni duravano però lo spazio di qualche minuto, giusto il tempo perchè si passasse alla notizia successiva. Non avevamo ancora capito cosa stava nascendo proprio lì vicino a noi: un movimento di fanatici religiosi che uccidevano all’urlo di “Allah è grande”, precursori e pionieri degli attuali terroristi che imperversano ormai a tutte le latitudini.
Ora questa notizia ci dovrebbe far meditare, visto che nella culla della violenza estrema ora è praticata la non-violenza di Stato. Che l’Algeria possa essere un fulgido esempio di come combattere innanzitutto culturalmente queste derive di vuoto e delirante fanatismo? Che sia la dimostrazione del teorema per cui è solo partendo dal basso e dalle singole persone che si riesce quanto meno a moderare gli estremismi di ogni colore e genere? Forse questa volta abbiamo qualcosa da imparare da un Paese arabo.
Uomo in mare!
13 February 2006
Per almeno 3 anni, ha agito una organizzazione dedita al traffico di immigrati che la Polizia ha smantellato colpendo il vertice organizzativo.Per arrivare in Italia, principalmente sulle coste siciliane, pagavano tra i mille e i 1.500 euro a persona, per intraprendere viaggi lunghi in condizioni disumane. Quattro le persone arrestate dagli investigatori delle squadre mobili di Roma ed Agrigento, tre cittadini sudanesi ed un libico hanno gestito lo sbarco in Sicilia di un migliaio di clandestini.
Qualcuno in Italia vive ancora nella convinzione, nell’illusione o nella semplice utopia che si debba dare libera accoglienza a chiunque voglia entrare nel nostro Paese. Sia che la cosa avvenga in modo lecito nel rispetto delle leggi, sia che ciò avvenga sottobanco sfidando qualunque forma di legalità. Qualcuno vive in un virtuale mondo idilliaco in cui non vi è alcuna differenza tra l’immigrazione legale basata sulla sicurezza di un impiego e quindi di una fonte di sostentamento “pulita”, e l’immigrazione clandestina gestita dalla criminalità che rimpingua le proprie sporche tasche sulla pelle di poveri disperati, che spesso vanno a fare compagnia alle conchiglie sul fondo del mare.
Il controllo e la regolamentazione dell’immigrazione non è una questione di cinismo, di mancanza di civiltà o di insensibilità nei confronti di chi intravvede una possibilità di redenzione economica e sociale. E’ una forma di protezione e di difesa sia dei cittadini sia degli stessi immigrati. L’incolumità e la sicurezza dei primi non possono essere messe in pericolo da soggetti che, per mancanze di alternative, sono costretti ad atti criminosi per non morire di fame. La vita stessa dei secondi non può essere messa alla mercé di criminali privi di scrupoli che considerano gli essere umani come carne da macello da vendere al mercato.
Preferiamo una persona povera ma dignitosamente viva e libera nel suo paese d’origine oppure un corpo inanime sbattuto dalle onde del mare mentre con i suoi soldi qualcuno festeggia in lontananza? Morire da schiavi è profondamente disumano, il terrore di qualunque persona sana di mente.
Miniere o immensi cimiteri?
11 February 2006
Nonostante le promesse ufficiali per il miglioramento della sicurezza, quasi 6.000 persone sono morte nel 2005 in Cina in incidenti nelle miniere di carbone, un dato leggermente inferiore a quello del 2004. Nel 2005 i morti sono stati 5.986 secondo la Commissione per lo Sviluppo e le Riforme, mentre nel 2004 morirono 6.027 persone. La Cina dipende ancora dal carbone per soddisfare la domanda di energia, in continua crescita. Le miniere di carbone cinesi sono le più mortali al mondo, con incendi, esplosioni e inondazioni all’ordine del giorno. Spesso poi i resoconti ufficiali restano sul vago su quali siano le cause esatte degli incidenti. Il mese scorso tra l’altro la Cina ha ordinato alle miniere di emettere degli appositi “safety bond” per pagare lo scompenso dovuto alle spese per le morti e per gli infortuni.
Avete letto bene, il Governo cinese impone alle miniere statali (quindi di sua proprietà) di emettere dei bond per compensare le sue stesse spese dovute agli incidenti. Questa cosa ricorda il gatto che si mangia la coda, oppure più banalmente una colossale presa in giro che ricorda da vicino la trasmissione “Scherzi a parte”. Tanto cosa volete che siano qualche migliaio di minatori inghiottiti dalla Terra ogni anno, non importa poi quale sia la causa della loro morte, non stiamo a sottilizzare su questi dettagli insignificanti. Se un lavoratore (altresì chiamato essere umano) non ha diritti, interessa a qualcuno se è morto in una frazione di secondo dilaniato da un’esplosione oppure se è morto lentamente agonizzando in una nube di gas? E’ morto e basta, mettiamoci una pietra sopra, anzi qualche metro di roccia.
L’Africa fa poca audience
11 February 2006
Sono migliaia le persone dal Kivu settentrionale, in Congo, per gli scontri tra esercito e forze ribelli. E’ l’allarme lanciato a Ginevra dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati che riferisce di atrocita’ nei confronti dei civili citando testimonianze degli sfollati. ‘La situazione a Kiberezi – ha detto il portavoce dell’Unhcr – è una vera e propria tragedia umanitaria’.
Si parla di Olimpiadi, di fiamma olimpica, di pace, di Noglobal, di Tav, di Prodi, di Berlusconi, di Coop, di Unipol, di vignette sataniche, di Islam, di integralismo, di Israele, di Iran, di nucleare, di Cina, di Russia, di Stati Uniti, di Coppa d’Africa di calcio, di Grande Fratello, di Lecciso, di arbitri, di immigrazione, di droga, di prostituzione, di sfilate di moda, di petrolio, di corruzione, di mutamenti climatici e l’elenco potrebbe continuare all’infinito.
Si parla di una valanga di argomenti, più o meno importanti, più o meno frivoli, più o meno qualcosa. Come mai non si parla mai neanche per sbaglio dei disastri umanitari che avvengono ogni giorno in Africa? Come mai questo argomento è così di scarso interesse? Come mai nessuno sfila mai in piazza per manifestare? Perchè pare ci sia la volontà di stendere uno spesso strato di nebbia sul Continente Nero?
Viviamo in un’epoca fatta di grandi interessi economici e di livelli di audience che misurano artificiosamente tutto e tutti, decidendone la rilevanza. La bistrattata e sconvolta Africa tira sempre poco, quindi noi cosa facciamo tutti i giorni senza neanche rendercene conto? Prendiamo il telecomando e cambiamo canale, tanto l’Africa è fastidiosa come la pubblicità che interrompe un bel film.
Foto dell’anno 2005
10 February 2006

In quelle ricche di risorse e tribolate zone africane, si stanno scatenando delle accese guerre di potere per il controllo dei preziosi pozzi petroliferi, in cui uno dei più importanti soggetti emergenti è la Cina, alla disperata ricerca di risorse che alimentino la sua crescita. Anche foraggiando sottobanco i governi locali, nel puro disinteresse per qualunque forma di trasparenza etica.
E’ comprensibile che in uno Stato ufficialmente ateo qual è la Cina i concetti di beneficenza disinteressata, di carità, di aiuto umanitario siano un qualcosa di non ben definito e di non ben recepito. Non sarebbe poi tanto grave se non fosse che con queste pratiche piuttosto ambigue e sotterranee si finisca non solo con l’ostacolare le vere organizzazioni umanitarie e screditare l’opera di beneficenza, già messa a dura prova di suo, ma anche col foraggiare ed ingrassare un ristretto circolo di ricchi corrotti che proliferano in un certo tipo di nazioni. Tutto ciò a scapito dei soliti poveri cristi morti di fame (nel vero senso della parola) che vedono viaggiare sopra le loro teste ogni forma di ben di Dio, senza però potere mai assaporare nulla.
Questa struggente foto ne è una raffigurazione perfetta.
Censurato film gay di Ang Lee
7 February 2006
La censura cinese ha proibito la proiezione del film Brokeback Mountain (candidato all’Oscar 2006) a causa dei contenuti omosessuali, visto che tratta dell’amore tra due cowboy gay. Il film è diretto dalla popolare regista taiwanese Ang Lee, grazie alla quale è cresciuta la considerazione del cinema cinese a livello internazionale. La Cina tra l’altro è obbligata dal World Trade Organisation a proiettare non più di 20 film stranieri all’anno.
Gli attivisti gay in Cina hanno regolarmente sofferto di discriminazioni e molestie. Ad esempio il mese scorso la polizia di Pechino ha chiuso definitivamente un festival d’arte omosessuale, con la scusante che gli organizzatori non avevano i regolari permessi.
Ufficialmente in Cina risiedono 40 milioni di omosessuali, ma dati non ufficiali stimano che tale numero in realtà sia circa il doppio.
Questo è il tipico caso di come la censura possa cogliere due piccioni con una fava. Riesce infatti contemporaneamente ad oscurare un film (negazione della libertà d’espressione) ed a discriminare una parte della popolazione (negazione delle libertà personali) avente pari diritti nelle democrazie occidentali. Senza voler entrare nel merito della sceneggiatura un pò forzata del film (cowboys gay? fatico anche solo ad immaginarli), i governanti cinesi probabilmente neanche avranno perso tempo a guardare tale film prima di decidere. D’altra parte dovendo proiettare non più di 20 film stranieri all’anno (cifra veramente risibile) possono permettersi di manipolare tutti i messaggi culturali che cercano di varcare la Grande Muraglia.
Le discriminazioni sessuali sono sinonimo di inciviltà e causano solo la ghettizzazione di determinate categorie, non è certo negando l’altrui sessualità che si riesce a far correre il prossimo lungo i binari desiderati. Gli omosessuali cinesi si consolino: c’è sempre una fattoria nel Montana pronta ad accoglierli a braccia aperte.
P.S.: chissà la soddisfazione del censore cinese per aver potuto “legittimamente” tappare la bocca ad un pericoloso artista di Taiwan.